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cinque buoni motivi per credere nei tanti lavori che verranno.

Noi di Randstad Research siamo dell’avviso che non dobbiamo rassegnarci a pensare che non c’è e non ci sarà lavoro per tutti. 

Questo focus illustra i nostri cinque buoni motivi per credere nei tanti lavori che verranno.

Sono spunti che proponiamo come chiave per leggere, seppur con la dovuta cautela e con spirito critico, i cambiamenti che ci vengono segnalati trimestre per trimestre, ma anche quelli che viviamo ogni giorno nelle nostre attività e nei nostri progetti.

17.05.2019

10 minuti: tempo di lettura

Siamo esposti in Italia da anni e oramai quasi abituati a consapevolezze preoccupanti: tassi di disoccupazione altissimi (con il picco tragico di quella giovanile), neolaureati che impiegano anni ad inserirsi nel mondo del lavoro, imprese che chiudono i battenti o delocalizzano all’estero per rimanere in piedi, licenziando il personale in Italia. In tempi recenti quelli che nascevano come dati statistici con l’obiettivo di monitorare i fenomeni, ed eventualmente contrastarli, sono entrati a tal punto nella coscienza collettiva da rappresentare una norma e non più un momento eccezionale e circoscritto. Il fenomeno si è tanto sviluppato da rendere talvolta necessaria la creazione di nuovi termini, come ad esempio la sigla Neet, dall’inglese “Not in Education, Employment or Training” ([giovane] non impegnato nello studio, nel lavoro o nella formazione) che identifica una realtà che sempre più sembra plasmarsi come una classe sociale, quella dei giovani inattivi, che non si formano né lavorano. Ma, alla luce di tutte le considerazioni fatte, dobbiamo rassegnarci a pensare che non c’è e non ci sarà lavoro per tutti?

Un dato congiunturale e che proprio perché tale va preso con cautela, ci dice che l’occupazione può crescere e può farlo anche in settori tradizionali o inattesi come le costruzioni. È quanto emerge dalla I Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione pubblicata congiuntamente dal Ministro del Lavoro e dall’Istat.

Noi del Randstad Research siamo dell’avviso che creare lavoro sia una sfida percorribile. Certamente, per riuscire a comprendere nel migliore dei modi i cambiamenti che avverranno e anche quelli che stanno già accadendo, è necessario porre la massima attenzione ai segnali che ci arrivano dal mondo occupazionale. È importante sapere cogliere le richieste ed indirizzare al meglio le risorse, istruendo in maniera mirata chi vi si sta per affacciare e orientando e continuando a formare al meglio quelle che vi sono già presenti. Al momento dell’unificazione italiana il 70% degli occupati lavorava in agricoltura. Oggi, in seguito alla grande trasformazione acceleratasi nel dopoguerra, in agricoltura lavora solo il 5% della popolazione attiva, mentre l’occupazione è cresciuta nell’industria e nei servizi. La distruzione di posti di lavoro non è una novità, ma nemmeno la creazione di nuovo lavoro lo è. Nell’ultimo secolo e mezzo sono nati milioni di nuovi lavori. È vero che la crisi attuale dell’occupazione ha caratteristiche nuove e diverse: per esempio la globalizzazione può mette a rischio i lavori in certe aree geografiche e può favorire la creazione di lavoro in altre aree. Proprio per questo è importante guardare in maniera non semplicistica ai fattori che possono aiutare a creare lavoro.

Percentuale degli occupati nei settori

attraverso i censimenti della popolazione. Fonte: Elaborazione Università di Genova su dati Istat

Quali sono le difficoltà da cui si parte? Da anni l’economia italiana ristagna, con tassi di produttività bloccati, bassi tassi di attività ed elevata disoccupazione, non soltanto giovanile. Il tasso medio europeo di occupazione della popolazione di 20-64 anni nel 2017 era del 72,2%: per l’Italia lo stesso tasso si fermava addirittura al 62,3%. Su questa situazione si è abbattuto il ciclone della trasformazione digitale con ulteriori previsioni di distruzione di posti di lavoro. Le novità sono principalmente due: la prima è che contrariamente a quanto avvenuto in passato, ad esempio negli anni ‘50 in Paesi come l’Italia, o in tempi più recenti per realtà come la Cina, sono stati lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione a trainare la fuoriuscita dall’agricoltura, oggi la forza trainante delle nuove occupazioni è più difficile da inquadrare. La seconda novità è rappresentata dalle gravi polarizzazioni a cui assistiamo tra lavori poco qualificati e lavori molto qualificati, lavori precari e lavori ad alto profilo, che rischiano di creare una crepa sempre più profonda tra popolazione ricca e popolazione povera.

Eppure creare occupazione è possibile, purché ci siano intelligenza e progettualità: ci sarà sempre un potenziale di piena occupazione verso il quale tendere.

Nel Nord Europa e negli USA, pur con tutte le difficoltà appena accennate, oggi i tassi di disoccupazione sono bassi e i tassi di attività della popolazione alti. Vorremmo indicare per sommi capi perché l’esempio di questi Paesi può infondere ottimismo anche per il domani indicando cinque motivi per cui credere nella crescita delle occupazioni del futuro.

1. Non è vero che il progresso tecnico e l’intelligenza artificiale sono solo distruttori di lavoro.

I due fattori hanno già creato miriadi di nuove occupazioni, a cominciare dalla gestione dei dati per la produzione e per il marketing, ai servizi di comunicazione, alla produzione e diffusione di nuove tecnologie. Sono milioni i nuovi lavori che grazie a queste innovazioni verranno a crearsi nel medio e lungo termine, ma semplicemente oggi non possiamo ancora conoscerli. Di quanti occupati si aveva notizia per la professione di Data Manager venti o trenta anni fa? Forse nessuno, eppure è stimata in maniera unisona come una delle professioni più redditizie dei prossimi anni e anche una di quelle per le quali ci sarà maggiore necessità di personale competente. Più che una minaccia sembra una grande opportunità. Un economista italo-americano (Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro), mostra nel suo libro come oggi il lavoro vada dove c’è progettualità e investimento nella conoscenza. Laddove sussistono queste due caratteristiche il potenziale di crescita è enorme. L’aridità di investimento è un problema diffuso, ma per il nostro Paese è un fenomeno particolarmente critico: investiamo troppo poco. Non solo nella manutenzione, nella bellezza, nell’ambiente, ma anche e soprattutto nell’innovazione. Ci sono tantissimi progetti che aspettano di essere finanziati. Forse il problema non è poi soltanto della quantità degli investimenti, ma anche della qualità dei progetti verso i quali si decide di devolvere i fondi. In Italia spendiamo troppo per pagare persone affinché non lavorino e troppo poco per progetti che servirebbero a produrre lavoro e reddito.

2. Ci sono megatrend che sono destinati a richiedere e creare lavoro.

L’ambiente in primo luogo, con le sue enormi sfide, lo stesso invecchiamento della popolazione, con l’esigenza di servizi che traina, e trend specifici come la conquista dello spazio. È lunga la lista dei cambiamenti che stanno avvenendo e portano con sé la forte necessità di forza lavoro con le competenze adatte a comprendere e sviluppare le richieste che fa oggi il mercato. Ma le opportunità ed il dispiegarsi delle possibilità non sono da intendersi soltanto in maniera unidirezionale. Oggi più che mai è necessario fare tesoro del valore dell’autoimprenditorialità. In questa particolare fase nessuno ha in mano la soluzione risolutiva, conosciamo bene i problemi, stiamo cercando di capire come risolverli, ma non siamo in grado di prevedere cosa si presenterà domani. Per questa ragione ogni individuo istruito e consapevole, anche grazie alla globalizzazione e alla diffusione di internet, ha in mano tutto il potenziale necessario per dare il via ad un’azione risolutiva. Non solo non è più pensabile credere che sarà il lavoro a trovare noi, ma già oggi spesso non è pensabile credere di sapere quale sarà il lavoro che si starà svolgendo tra cinque anni, probabilmente perché ancora non esistono.

3. Ci sono infiniti bisogni inespressi.

A proposito di nuovi bisogni c’è un fattore fondamentale: il principio di non sazietà. Gli studenti di economia lo imparano al primo anno di università e sostiene che, come esseri umani, una volta soddisfatto un bisogno ne cerchiamo un altro. Esso sostiene inoltre che una maggiore quantità di tempo libero si declina in una maggiore domanda di consumo di beni e servizi. Non siamo estranei a tale concetto, basti pensare a chi vende fitness, viaggi, all’industria della moda, ai media ecc. L’introduzione delle tecnologie nel lavoro di tutti i giorni e la loro stessa creazione sono movimenti che portano alla base il desiderio di alleggerire il carico di lavoro umano, di facilitarne le mansioni ed i movimenti. Anche il mondo del lavoro risponde alle innovazioni nello stesso modo. Nulla è creato allo scopo di distruggere, semplicemente si generano le condizioni per fare sì che alcune specifiche attività vengano fatte da una macchina poiché non è più necessario compromettere la salute di un essere umano per compiere determinate attività faticose o pericolose. Il tutto dovrebbe contribuire a migliorare la qualità della vita dei singoli e una migliore qualità della vita significa soprattutto più tempo per la propria famiglia e per sé. La maggiore disponibilità di tempo genera la nascita di nuovi bisogni da soddisfare e via di seguito.

4. Le attività ad alta intensità di lavoro acquistano più valore.

Per quanto la trasformazione digitale attraversi tutto e tutti, rimangono dei settori nei quali il lavoro umano mantiene un ruolo determinante: ristorazione, artigianato, sanità, istruzione. Non a caso questi ultimi due settori compaiono tra quelli per i quali l’Osservatorio Excelsior (UnionCamere) prevede una forte domanda di nuova occupazione nei prossimi anni. C’è una legge economica, la “legge di Baumol” che indica che beni e servizi la cui produzione richiede una alta intensità di lavoro sono destinati a salire di prezzo relativamente agli altri. Il prezzo di una cena in un buon ristorante era la frazione del prezzo di un cellulare alcuni anni fa, oggi può essere equivalente o addirittura superiore.  Se è vero che per alcuni servizi la digitalizzazione elimina posti di lavoro (vedi i servizi di sportello bancario) in altri, il ruolo del lavoro è comprimibile, ma non eliminabile. Certo, man mano che il lavoro del cuoco costa relativamente di più, maggiore diventa la spinta verso la visibilità e la qualità. Gli alti redditi nelle nuove occupazioni trainano il lavoro in queste “nuove occupazioni tradizionali” (i nuovi cuochi, l’istruzione che serve, il lusso…), il cui valore relativo sale.

5. La nuova ricchezza che si crea nei settori delle nuove tecnologie funge da traino per il rilancio delle attività tradizionali.

È ancora Enrico Moretti che mostra come l’alto artigianato del cuoio, l’alta moda, i vini di qualità, il lusso e non solo, tutti i settori “tradizionali” in generale beneficino direttamente della domanda dei protagonisti della trasformazione digitale.  In senso più ampio un megatrend a livello globale è la nascita di una nuova classe medio-alta (oltre 200 milioni solo in Cina, e molti ancora nelle economie emergenti e che solo vent’anni fa non contavano o contavano poco) e che si indentifica in alcuni stili di vita e brand che sono tali perché hanno una forte base di lavoro artigianale e/o creativo di tipo esclusivo.                                           

In sintesi

La creazione di lavoro richiede progettualità, intelligenza e iniziativa. Per raggiungere questi obiettivi riteniamo fondamentale l’attività di orientamento sia verso i giovani che investono nel loro futuro attraverso le scelte di formazione e lavoro, sia verso i meno giovani che devono rimanere al passo e aggiornare le proprie carriere. Non da ultimo è necessario orientare le imprese e le istituzioni formative protagoniste del cambiamento. Per questo Randstad Research Italia ha messo la ricerca sui lavori che verranno e l’attività di orientamento al centro della propria mission.

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